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Carloforte
[in
italian]
a cura del prof. Nicolo Capriata
L'isola
di San Pietro, grazie alla sua posizione geografica che la vede situata proprio
al centro del Mediterraneo occidentale, era conosciuta fin dall'antichità.
I fenici la chiamavano Inosim, i greci Hieracon Nésos e i romani Accipitrum
Insula (isola degli sparvieri) per i falchi, allora numerosi, che popolavano
le sue coste a falesia e frastagliate. L'attuale nome è attribuito alla
leggendaria sosta che vi fece l'apostolo Pietro durante un suo viaggio dall'Africa
a Roma.
In quei tempi l'isola fu forse stabilmente abitata anche se non molto a lungo
e da non molti abitanti. Sono sicura testimonianza di quel lontano passato le
vestigi di alcuni nuraghi, le necropoli puniche, i ritrovamenti di ceramiche,
anfore e monete e la presenza di pozzi e strade risalenti all'epoca romana.
Pressoché disabitata fu invece l'isola dalla caduta dell'impero romano
fino all'inizio del XVIII secolo. Tuttavia su San Pietro non mancò mai
una presenza umana continua e persistente: fu un punto di riferimento e di appoggio
per tante galee e velieri che vi sostavano per l'approvvigionamento idrico,
per le riparazioni allo scafo e alle alberature, per rifugiarsi dalle tempeste.
Una tragica testimonianza di quei tempi è la chiesetta dei Novelli Innocenti
edificata nel XIII secolo a ricordo dei giovinetti che parteciparono alla Crociata
dei Fanciulli (1212) che perirono in seguito ad un naufragio davanti alle coste
isolane. L'isola fu anche approdo e covo di pirati che vi si celavano dopo le
loro scorrerie o la raggiungevano per nascondervi i loro bottini. Tant'è
che il toponimo del punto più alto dell'isola "Guardia dei Mori"
(211 metri s.l.m.) trae origine dal fatto che i barbareschi vi si appostavano
per avvistare le imbarcazioni da predare.
Solamente nel 1738 l'isola venne definitivamente e stabilmente abitata. In quell'anno
infatti il Re di Sardegna, Carlo Emanuele III detto il Forte concesse l'isola
ad una colonia di liguri trapiantati da quasi due secoli a Tabarca, un isolotto
di appena otto ettari prospiciente la costa tunisina, dove vi si erano recati
per praticare la pesca del corallo. La cittadina fondata il 17 Aprile del 1738
prese in onore e a riconoscenza del Re di Sardegna il nome di Carloforte.
Seppure attraverso mille stenti ed altrettante difficoltà affrontate
queste e quelli con vigoroso fervore quella comunità prosperò
subito e floridamente anche se non mancarono per quella nuova colonia vicende
straordinarie e dolorose. Come l'occupazione francese del 1793 durante la quale
la cittadina si diede una costituzione repubblicana (la prima sul territorio
italiano) e l'isola fu ribattezzata Ile de la libertè. A ricordo di quel
periodo è rimasto il braccio destro mozzato della statua eretta a gloria
del Re sabaudo.
Cinque anni più tardi Carloforte visse la pagina più dolorosa
della sua breve storia. Nella notte tra il 2 e il 3 settembre del 1798 un'orda
di pirati tunisini invase la cittadina e se ne ripartì dopo quasi due
giorni di saccheggio con un bottino di circa 950 persone bambini compresi (il
numero esatto non è mai stato determinato) che per cinque anni dovettero
subire in Tunisia l'onta della schiavitù. Quando ritornarono in patria
nel 1803, i carlofortini liberati portarono con loro una madonnina nera, trovata
miracolosamente sospesa per l'aria da un giovane schiavo. Il simulacro che presumibilmente
era la polena di una nave è conservato in un piccolo tempio dove tuttora
è venerato.
Superate le ferite inferte da quell'atroce devastazione la comunità carolina
continuò nel suo alacre lavoro e si avvio verso un'epoca rigogliosa.
Gli anni che vanno grosso modo dall'unità d'Italia fino all'avvento del
fascismo rappresentano un periodo d'oro per la vita economica e sociale di Carloforte.
Fiorì il traffico marittimo e con esso il commercio. La cittadina divenne
sede di tredici consolati e diverse banche. Il duro lavoro dei galanzieri, che
erano gli addetti al trasporto del minerale estratto dalle miniere dell'iglesiente
a Carloforte per essere poi dirottato in continente per la lavorazione, la produzione
delle saline, impiantate fin dai primi anni della colonizzazione e la pesca
del tonno esercitata fruttuosamente dai carlofortini contribuirono notevolmente
allo sviluppo economico di Carloforte che divenne in breve tempo il secondo
porto della Sardegna. Furono quegli anni anche ricchi di fermenti sociali: vennero
istituite numerose società di mutuo soccorso, si assistette ai primi
scioperi spontanei dei lavoratori del mare (1881), nacquero le prime leghe operaie.
Nello stesso tempo nuovo e vigoroso impulso ebbe la cantieristica navale e sorsero
grandi e importanti officine meccaniche. Se carloforte è ora ricca e
bella molto lo deve ai protagonisti di quel fulgido passato.
Ora l'isola e la cittadina sono diventate la meta di numerosi turisti. Apprezzati
sono i suoi arenili dalla sabbia soffice e fine come il borotalco, ed ammirate
sono le sue scogliere che si stagliano alte sul mare, doviziose di anfratti
e insenature, ora somiglianti a baratri dell'inferno, ora paragonabili a paesaggi
lunari. Non meno seducente è il fascino del centro abitato, che per lo
stile architettonico delle case, per le decorazioni delle facciate, per i caratteristici
tratti delle vie, i carruggi, è molto somigliante alle borgate rivierasche
della Liguria.
Carloforte si può considerare a ragione un piccolo membro di Liguria
trasportato in Sardegna. Tipica della terra Ligure è il tabarchino, la
peculiare lingua parlata dai suoi abitanti. Alla originalità del vernacolo
c'è da aggiungere l'originalità e la prelibatezza della cucina
dove risaltano le numerose portate del tonno cucinate e servite in mille maniere,
autentiche delizie del palato. A retaggio del proprio passato non mancano poi
nella gastronomia isolana piatti di chiara derivazione araba come il cascà
(cous cous)
L'isola è anche un piccolo paradiso per il vacanziere naturalistico.
Sulle sue alte falesie vi nidifica durante l'estate il Falco della Regina, un
rarissimo rapace migratore che vive per il resto dell'anno in Madagascar. Vi
si trova inoltre una specie di coleottero unica al mondo, la Cicindela campestris
saphyrina e su una limitata parte del suo litorale vi fiorisce una pianta endemica
dell'isola l'Astragalus marittimus.
L'isola per le sue bellezze naturali, per le sue singolarità naturalistiche,
per il particolare aspetto della sua cittadina, per la storia e per le tradizioni
dei suoi abitanti e per tante altre cose ancora vale la pena di essere visitata.
Con un avvertimento: chi la conosce se ne innamora.
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